Lombalgia: trattamento in acqua

La lombalgia rappresenta oggi una delle cause più comuni di ricorso a visita specialistica e un fattore di potenziale disabilità successiva per l’individuo che ne è afflitto. L’incidenza elevata si associa a costi diretti e indiretti ingenti che contribuiscono a rendere questa patologia un problema sociale ed economico per i sistemi sanitari nazionali.
Il management della lombalgia è multidisciplinare ed è stato soggetto di un’imponente opera di revisione scientifica culminata nell’articolo di Ostelo (2018) Lancet Series: “Magnun Opus” Regarding the Evidence on Low Back Pain. Tra i messaggi chiave divulgati, si ribadisce che l’esercizio e la generica raccomandazione a restare attivi sono la prima opzione da attuare.

IDROKINESITERAPIA NEL TRATTAMENTO DELLA LOMBALGIA

Analizzando i trattamenti proposti per la cura della lombalgia, è utile interrogarsi sull’efficacia di una particolare modalità di intervento riabilitativo, l’idrokinesiterapia, usata già da molti anni per la gestione e il trattamento di numerosi problemi muscoloscheletrici.

L’ipotesi teorica di ricorso al lavoro in acqua risiede nelle proprietà fisiche del mezzo acquatico che, da un lato, contribuiscono a ridurre il carico assiale sulla colonna e ad alleviare il dolore attraverso la riduzione dell’edema periferico e/o l’inibizione dell’attività del sistema simpatico, dall’altro consentono l’esecuzione di movimenti difficili da riprodurre a terra, che possono essere graduati secondo le capacità funzionali del paziente.

Un ulteriore elemento a favore è rappresentato dalla sicurezza del contesto: l’utilizzo di vasche riabilitative ad hoc rende la proposta praticabile anche in soggetti anziani, decondizionati o kinesiofobici.

Esistono categorie di pazienti in cui è consigliabile il lavoro in acqua?

La prima categoria a cui si può pensare è quella dei pazienti affetti da lombalgia acuta in cui il dolore limita fortemente le attività di vita quotidiana e, conseguentemente, anche il fisioterapista nelle proposte terapeutiche, che in genere restano passive e strumentali. La possibilità di iniziare un programma di esercizi all’ interno di un ambiente microgravitario e, quindi, in parziale scarico corporeo, costituisce una risorsa per incentivare il paziente a rimanere attivo, in linea quindi con le raccomandazioni di comportamento clinico che vengono dalla letteratura.

Una seconda categoria di pazienti che potrebbero potenzialmente beneficiare dell’ambiente acquatico è quella dei soggetti affetti da obesità e in sovrappeso e al tempo stesso sofferenti di lombalgia: in questi la disabilità è sostenuta non solo dal dolore, ma anche dalla difficoltà al movimento per eccesso di peso corporeo che produce decondizionamento allo sforzo e scarsa endurance. Lo scarico gravitario ottenibile in acqua consente al fisioterapista di modulare il programma di esercizi e di ridurre lo sforzo percepito dal paziente,  aumentando la compliance e l’aderenza al programma di trattamento.

Analogamente alla categoria dei soggetti affetti da obesità, in tutti i soggetti affetti da lombalgia cronica per i quali i trattamenti a terra convenzionali non abbiano dato esito positivo, l’intervento acquatico potrebbe rappresentare una proposta di gestione che rende possibile migliorare la compliance e diminuire il condizionamento negativo in termini sia fisici che psicologici.

I criteri di scelta esposti sono arbitrari e attingono dall’esperienza degli scriventi. Si ricorda, inoltre, che le linee guida sul management della lombalgia promuovono il ricorso a interventi multimediali e multidisciplinari che sembrano avere migliori esiti a priori.
Uno studio di Pires et al. (2014), per esempio, prova a combinare un intervento in acqua di sei settimane a un programma di due sessioni di educazione neurofisiologica finalizzata alla comprensione dei meccanismi eziopatogenetici del dolore, per modificare comportamenti errati e promuovere l’empowerment del paziente e le sue capacità di coping rispetto alla patologia. I risultati, comparati a quelli del gruppo di intervento che effettua solo trattamento in acqua, sostengono l’efficacia di quello combinato e ribadiscono la necessità di un approccio biopsicosociale.

Fonte: “Il Fisioterapista”, periodico di formazione e informazione per gli operatori della riabilitazione. Edizione 3/2019, Edi – Ermes.

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